Global China- Il meeting dei BRICS in Sudafrica

I principali Paesi “emergenti” negli ultimi anni hanno deciso di istituzionalizzare la propria collaborazione, creando nel 2009 il gruppo dei BRICS, composto inizialmente da Brasile, Russia, India e Cina, al quale si è aggiunto l’anno successivo il Sud Africa. I BRICS rappresentano, secondo i dati del World Economic Forum, il 16% del commercio, il 23% del GDP e il 40% della popolazione mondiali. Ognuno di essi è poi un leader nelle rispettive aree di influenza regionali. Essi hanno costituito recentemente la “New Development Bank”, con sede a Shanghai, mentre dal 2017 è stata avanzata la proposta di un ulteriore allargamento del gruppo, andando in prospettiva a creare i “Brics Plus”.

Quest’anno il summit si è tenuto a Johannesburg, città più popolosa del Sudafrica, dal 25 al 27 luglio. Esso ha consolidato e intensificato la collaborazione intra-BRICS, e confermato l’interesse dei “5” al possibile allargamento ad altri Paesi della partnership. La dichiarazione rilasciata al termine del meeting tratta i temi centrali del multilateralismo, della riforma della governance globale, della sicurezza e della pace internazionale, ma anche quello della quarta rivoluzione industriale e della collaborazione “people to people”. I “5” hanno mostrato compattezza quando si è parlato di libero commercio, lanciando un messaggio a Donald Trump: il gruppo ha infatti cercato di porsi come guardiano dell’ordine commerciale attuale, abbracciando la globalizzazione e riconoscendo inoltre il bisogno di agire contro il “climate change” (altro tema che Trump ha mostrato di non amare particolarmente). Il meeting di Johannesburg ha poi evidenziato come la collaborazione tra i BRICS negli ultimi anni (in particolare dal meeting di Fortaleza in Brasile del 2014) sia incrementata in modo significativo, spaziando tra i temi dell’agricoltura, sicurezza nazionale, sanità, finanza internazionale, cultura, sport, e abbia creato un format di successo che riunisce Ministri, Capi di Stato, ricercatori di Paesi molto distanti tra loro, non solo geograficamente. Il meeting del 2018 ha posto l’attenzione inoltre sulla “quarta rivoluzione industriale” in atto, portando alla creazione della “Partnership on New industrial Revolution”, al “BRICS Network of Science Parks, Technology Business Incubators and Small and Medium-sized enterprises”, e a un Memorandum per la collaborazione nell’ambito della tecnologia “blockchain” e della digital economy.

Uno degli aspetti più interessanti del vertice di Johannesburg è sicuramente la continuità mostrata dai leader (rispetto al vertice di Xiamen nello scorso anno) nei confronti del format dei cosiddetti “BRICS Plus”, composto dai “5” con l’invito a partecipare giunto quest’anno ad Argentina, Indonesia, Egitto, Giamaica, e Turchia, Paesi guida di Istituzioni regionali. Proprio la Turchia, già membro della NATO e “dialogue partner” presso la Shanghai Cooperation Organization a guida cinese, ha attirato l’attenzione dei media internazionali per la richiesta del Presidente Erdogan di entrare a far parte dei BRICS.

Articolo pubblicato nel Magazine digitale de L’Osservatore, rivista online del Canton Ticino

Ue-Cina: si muove qualcosa sui rapporti, con un messaggio a Donald Trump

Si sono appena concluse due settimane fondamentali per le relazioni tra Cina e Unione Europea. Nel giro di pochi giorni infatti i principali leader dei due giganti economici mondiali si sono incontrati sia in Cina che in Europa per summit che non hanno rivestito un ruolo soltanto economico e commerciale, come spesso accadeva nei precedenti. Questa volta, complice il “ciclone” Trump che si è abbattuto negli ultimi mesi sull’arena internazionale, Cina e Unione hanno giocato anche al massimo delle loro possibilità per fornire un messaggio politico, e mettere in chiaro il loro sostegno all’attuale status quo del sistema internazionale, basato su scambi liberi e mercati aperti.

GLI INCONTRI CHIAVE – In ordine, gli incontri di alto livello sono stati la visita del Primo Ministro cinese a Sofia, in Bulgaria, in occasione del summit dei “16+1”, il suo viaggio a Berlino, dove ha incontrato la Cancelliera Merkel, e in seguito il Summit tra Cina e Unione Europea, che si è tenuto a Pechino il 16 luglio. In tutte le occasioni i risultati sono stati di rilievo, mentre i partecipanti degli incontri hanno lanciato messaggi a Trump in modo più o meno velato. I leader dell’Unione si sono recati anche a Tokyo, dove hanno incontrato il Primo Ministro Abe e hanno firmato l’ “Economic Partnership Agreement”.

L’EVENTO DI SOFIA– Come sottolineato da Bartosz Kowalski per “The Diplomat”, il meeting di Sofia tra Cina e i 16 Paesi CEEC (dell’Europa Balcanica, centrale, orientale e baltici) ha portato quest’anno a risultati contrastanti. Se da un lato la cooperazione tra le parti si è rafforzata, grazie alla firma di numerosi accordi nell’ambito della cooperazione “Belt and Road”, a livello commerciale tra i diversi Paesi partecipanti, e con la creazione nella capitale bulgara del “Global Partnership and Cooperation Center”. Non sono mancati tuttavia elementi che hanno fatto dubitare della buona riuscita dell’incontro: da rimarcare la mancata presenza dei leader principali di Polonia e Lituania, e l’invio rispettivamente del vice Primo Ministro e del Ministro delle Finanze. Secondo Kowalski la Polonia, il Paese più grande tra i 16, avrebbe voluto in quel mondo mandare un segnale: il vice Primo Ministro nel suo intervento ha collegato il format con la Cina alla “Three seas initiative” e al “Gruppo di Visegrad”, volendo sottolineare come Varsavia possa giocare un ruolo di primo piano in tutte le maggiori iniziative regionali, lasciando in pratica intendere ai partner cinesi come essa meriti un ruolo di interlocutore privilegiato.

Un altro elemento che può aver ridimensionato il meeting dei 16+1 è il viaggio successivo di Li Keqiang in Germania, dove ha incontrato Angela Merkel, di gran lunga il leader europeo con più esperienza nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. La Germania è un partner indispensabile per la Cina, sia dal punto di vista commerciale che da quello strategico: essa rappresenta infatti la prima economia dell’Unione Europea, e in prospettiva il leader occidentale di una grande area euroasiatica che sia attraversata al proprio interno dalle vie della “Belt and Road Initiative” cinese. Li ha più volte affermato che il meeting di
Sofia non rappresenta un tentativo di spaccare l’Unione, ma che anzi può rafforzare le relazioni bilaterali rispettando gli accordi presi a livello sovranazionale, rassicurando in questo modo i membri dell’Europa occidentale.

LI KEQIANG A BERLINO- Il meeting in Germania ha guadagnato le prime pagine dei giornali internazionali per l’arrivo nel Paese europeo di Liu Xia, vedova di Liu Xiaobo, fervente attivista deceduto il luglio del 2017. Visto dagli analisti come “concessione” cinese o come vittoria tedesca, il suo arrivo ha rimesso al centro dell’attenzione il tema dei diritti umani, caro a Berlino. Li ha in seguito firmato con Merkel accordi commerciali dal valore di 20 miliardi di euro, lasciando in particolare mano libera a due aziende tedesche, BASF e BMW, sul mercato cinese, per la costruzione di un grande impianto nel Guangdong e per il controllo di una joint venture con una casa automobilistica cinese.

I due Paesi sono però possibili competitor nei rispettivi mercati, e negli ultimi anni hanno lanciato politiche industriali simili per lo sviluppo delle proprie aziende (Industry 4.0 e Made in China 2025). Negli ultimi anni inoltre diverse sono state le tensioni in Europa per le acquisizioni di aziende (come la tedesca Kuka) considerate strategiche. La relazione bilaterale sino-tedesca quindi è caratterizzata da grande collaborazione commerciale, anche se manca ancora una vera e propria alleanza politica strategica. Gli Stati Uniti, in questo caso, sono alla finestra, in attesa dei prossimi sviluppi.

L’UNIONE A PECHINO- Il ventesimo Summit tra Cina e Unione Europea del 16 luglio 2018 è stato per tanti versi storico: recentemente mai si era vista una delegazione così importante in rappresentanza delle istituzioni dell’Unione recarsi nella capitale della RPC. Facevano parte del “dream team” europeo Jean Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, il vice Presidente della Commissione e Commissario al lavoro, crescita, investimenti e competitività Jyrki Katainen, la Commissaria al Commercio Cecilia Malmstrom e la Commissaria per i trasporti Violeta Bulc. Il vertice si è svolto in un periodo turbolento delle relazioni internazionali: lo stesso giorno Donald Trump ha incontrato Vladimir Putin ad Helsinki, mentre pochi giorni prima la “più grande guerra commerciale della storia” è stata innescata con l’imposizione dei dazi sui prodotti importati da parte di Cina e Stati Uniti. Il Presidente americano si era anche espresso in modo molto negativo nei confronti dell’Europa, dichiarando come i “28” rappresentassero un “nemico” per gli Stati Uniti.

GLI ACCORDI- Come afferma Francois Godement in un suo commentary, anche se Trump potrebbe non essere impressionato dal testo degli accordi firmati a Pechino, la sua caratura rappresenta senza dubbio un punto di svolta per le relazioni tra Cina e Unione Europea. Il comunicato congiunto rilasciato al termine del meeting racchiude al proprio interno più di trenta punti di convergenza e spazia dal commercio agli investimenti, dalla cultura alle nuove tecnologie, mostrando come le relazioni abbiano raggiunto un alto livello di complessità e integrazione tra le parti.

I leader si sono espressi anche pubblicando una dichiarazione sul cambiamento climatico e l’energia pulita, un accordo sugli oceani, un memorandum of understanding sulla cooperazione in tema di economia circolare, un memorandum per aumentare la cooperazione bilaterale sulle emissioni, un memorandum di collaborazione tra il Fondo europeo per gli investimenti e il Fondo “Belt and Road”, mentre per quando riguarda il tema delicato di un accordo globale sugli investimenti le parti si sono date appuntamento ad incontri successivi, segnalando nel comunicato come si sia portato il negoziato a una nuova fase, e come esso rappresenti una priorità e un progetto chiave per stabilire e mantenere aperto, giusto e trasparente il contesto imprenditoriale per gli investitori cinesi ed europei.

I DATI ECONOMICI DELLA PARTNERSHIP– Se i due blocchi sono sempre più vicini i numeri non fanno che confermarlo: secondo i dati pubblicati da Merics l’Unione Europea nel 2017 ha ricevuto 65 miliardi di euro di investimenti esteri cinesi, rispetto ai soli 1,6 miliardi del 2010. La Cina per l’Unione è il secondo partner commerciale (dietro agli Stati Uniti), mentre per la Cina il blocco europeo è il primo. Secondo l’Economist, nel 2017 sono stati cambiati beni per un totale di 667 miliardi di dollari.

QUALI SVILUPPI FUTURI?– Al termine di questa serie importante di incontri, accordi e dichiarazioni sarà però necessario osservare come essi potranno concretizzarsi nei prossimi mesi: è forse tempo per l’Unione Europea e i suoi Paesi membri di compiere una scelta di campo, o conviene aspettare il risultato delle elezioni di mid-term statunitensi e le prossime elezioni nazionali del 2020? Non agire forse è peggio che prendere una posizione netta.

L’Europa tuttavia, anche se lentamente, sta compiendo passi avanti in questo senso, avvicinandosi anno dopo anno al nuovo centro geoeconomico e geostrategico mondiale che ha la Cina come attore protagonista.

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Ue-Cina: il divide et impera di Xi. Sulla Cina si gioca il futuro di Bruxelles

Ue, il divide et impera di Xi. Sulla Cina si gioca il futuro di Bruxelles

Il Meeting di Sofia del 2018 e i suoi precedenti

Il Meeting di Sofia del 2018 e i suoi precedenti
Il 7 e 8 luglio 2018 si è tenuto a Sofia, in Bulgaria, il settimo meeting tra Cina e i cosiddetti “16+1”, gruppo di Paesi europei composto dal blocco dei “CEEC” (Central and Eastern European Countries), più quelli Balcanici e Baltici, che hanno deciso di unirsi in questo format innovativo con la Repubblica Popolare Cinese. Undici di essi sono membri dell’Unione Europea (i CEEC, i Baltici e la Slovenia), mentre nel caso di Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia è stato attivato il processo di adesione alla UE, e la Bosnia Erzegovina ha avanzato la propria richiesta di far parte dell’Unione nel 2016. Il format, noto inizialmente anche come “Iniziativa di Varsavia”, fu lanciato nel 2012 durante la visita del Premier cinese Li Keqiang nella Capitale polacca. Da allora l’Europa ha ospitato i meeting di Bucarest nel 2013 e Belgrado nel 2014, mentre nel 2015 i leader dei “16” si sono recati a Suzhou, città della Provincia del Jiangsu, situata lungo la riva del Fiume Azzurro. L’ultimo appuntamento si è tenuto invece a Budapest, nel novembre dello scorso anno.

Legati alla Cina dall’ideologia durante tutta la Guerra Fredda, i “16” rappresentano oggi un blocco di riferimento economico/politico per Pechino nel contesto regionale europeo, così come un mercato in espansione che può garantire affari e contratti agli imprenditori cinesi. Da parte sua la Cina non ha fatto nulla per mascherare il proprio interesse verso il gruppo di Paesi, incentivando la cooperazione economica, diplomatica e culturale, stimolando gli investimenti dei propri “campioni nazionali” nei loro mercati e sviluppando nei “16” progetti infrastrutturali legati al piano della “Belt and Road Initiative”.

Dai media cinesi gli incontri dei “16” sono stati presentati come un’opportunità per rafforzare le relazioni sino-europee e sviluppare una cooperazione “win-win”.

Gli accordi del meeting in Bulgaria

Nei due giorni del Summit di Sofia, come evidenziato da China Daily, la Cina ha firmato più di venti accordi con i “16”, per favorire la cooperazione bilaterale nel contesto della Belt and Road Initiative, nei settori dei trasporti, infrastrutture, parchi industriali, finanza, healthcare, educazione e agricoltura. Li Keqiang ha annunciato che le importazioni in Cina dei prodotti dei “16” saranno incentivate, alla ricerca di un bilanciamento della bilancia commerciale tra gli due parti. Nei prossimi mesi saranno quindi rafforzati i controlli doganali, i collegamenti ferroviari tra le due parti dell’Eurasia, si punterà molto sull’aumento del livello di scambi commerciali (nel 2017 esso ha rappresentato soltanto l’11% del totale di scambi tra Cina e Europa), mentre anche per quanto concerne gli investimenti bilaterali sarà necessario un bilanciamento (la Cina negli ultimi anni ha investito circa 10 miliardi di dollari nei “16”, a fronte di 1,4 miliardi provenienti dai Paesi europei coinvolti). Più che per i risultati concreti il meeting di Sofia sarà ricordato per la contrapposizione a distanza con Trump: nei giorni dell’avvio della “guerra economica” e dell’imposizione di dazi voluta dal Presidente americano, Li Keqiang ha più volte sottolineato come la Cina rimanga aperta al commercio con i proprio partner stranieri, e di come intenda continuare su questa strada. Li ha inoltre affermato che la Cina sosterrà la creazione di un “Global partnership center” a Sofia, al fine di sostenere le aziende cinese che intendono investire nella regione e aiutare gli investitori cinesi a comprendere le regole del mercato unico europeo. Più di mille imprenditori provenienti dalla Cina e dai “16” hanno poi partecipato al Business Forum, che si è svolto durante il summit di Sofia, e che ha favorito la firma di accordi in ambito commerciale, infrastrutturale, nei settori del turismo e dell’agricoltura. E’ stato infine deciso che il prossimo summit si terrà a Zagabria, capitale della Croazia, nel 2019.

Le preoccupazioni dell’Unione Europea

I leader cinesi hanno cercato di fornire ripetute rassicurazioni sul fatto che i summit annuali rientrino nel più grande contesto della “partnership strategica tra UE e Cina”, e non intendano creare divergenze e sfide al processo di integrazione continentale. Tuttavia molte sono state le voci in Europa che si sono espresse in modo scettico o negativo nei confronti del format. L’intensificazione dei rapporti tra Cina e CEEC allarma da qualche anno Brussels, e certamente anche Berlino. Non si può tuttavia ignorare il fatto che al momento l’UE rimane il principale partner economico di quell’area, e che la presenza cinese è inferiore anche a quella di altri investitori asiatici nell’area, come il Giappone e la Corea del Sud.

Dunque cosa preoccupa i Paesi dell’Europa Occidentale?

Non riteniamo che ciò che preoccupa una parte di Europa siano le tendenze in atto sul piano dei rapporti commerciali tra Cina e Unione Europea. Guardando ai fatti è evidente come le relazioni economiche e commerciali dei 16+1 si collochino al momento più su un piano di potenzialità che di realtà. Al momento l’impegno economico nell’area, rivolto principalmente alla costruzione di infrastrutture, è molto inferiore alle attese. E la maggior parte degli investimenti cinesi in Europa si localizzano nel Regno Unito, in Germania, in Francia e in Italia.

Ogni economia dei 16 naturalmente coltiva proprie aspettative soprattutto rispetto a infrastrutture, commercio, turismo. Recentemente tuttavia si è parlato di un rallentamento nelle relazioni tra la Cina e i 16. Tra le possibili spiegazioni avanzate quella della necessità per la Cina di non infastidire altri partner europei, volendo mantenere buone relazioni con la UE nel suo complesso; ed anche quella di ridurre le aspettative dei 16, considerando che diversi progetti – relativi in particolare a infrastrutture importanti come la ferrovia Belgrado Budapest, o l’autostrada in Macedonia – che la Cina aveva annunciato nell’area non si sono concretizzati Come sottolineato tra gli altri da Andrew Witthoeft per “The Diplomat”, la collaborazione tra alcuni dei Paesi dei “16” e la Cina non è dunque puramente una questione economica, ma ricopre anche un valore politico rilevante. Il “modello cinese” di capitalismo di Stato autoritario può risultare interessante per molti leader dell’Europa dell’Est, e in particolare per il Gruppo di Visegrad, ponendo potenzialmente una sfida al modello promosso dall’Europa Occidentale, rappresentando un’alternativa valida per Paesi come Ungheria, Serbia e Repubblica Ceca.

Di fatto, a fronte di una cooperazione economica ancora tutta da avviare la cooperazione istituzionale ha fatto buoni passi prevedendo la frequente consultazione tra i ministri dei 16 e quelli cinesi e degli incontri istituzionali a cadenza regolare, ora ulteriormente rinforzati dalla un’iniziativa di cooperazione in ambito energetico (novembre 2017).

Questa iniziativa parrebbe dunque avere delle spiegazioni più strettamente politiche e connesse ai sempre presenti timori di intenti divisivi della Cina: l’indebolimento dell’iniziativa 16+1 e il parallelo rinforzarsi degli FDI cinesi verso Germania e Francia farebbe innalzare il livello dei malumori di alcuni dei 16, in particolare della Polonia, che hanno sempre malvisto le interferenze della UE nella partnership 16+1. Si è in effetti parlato di potenziali rischi connessi alla crescita della presenza cinese nell’Europa orientale, ritenendo che a questa strategia sia connessa una precisa volontà di minare il processo di unificazione dell’Europa. Si è scritto anche che la presenza cinese potrebbe rinforzare le derive anti progressiste presenti in alcuni Paesi, con particolare riferimento a Polonia e Ungheria. E tuttavia non vi è chi non veda che il populismo dilaga in Europa a prescindere dalla crescita della presenza cinese.

Uno sguardo al futuro

La reazione dell’Europa come spesso accade è lenta e appare poco convincente. Più in generale rispetto ai rapporti tra UE e Cina, è evidente come, sia pure in un momento di estrema debolezza, l’Europa sarebbe chiamata a fare quadrato mostrando una linea compatta dell’UE alla Cina, in particolare regolando l’acquisizione dell’high tech in Europa da parte cinese. Occorrerebbe anche insistere sulla reciprocità di accesso ai mercati, chiedendo una maggiore apertura di quelli cinesi, cosa che in parte Merkel e Macron stanno facendo.

Teniamo presente però che tutto ciò, per quanto fondamentale per l’UE, non è prioritario per i paesi CEEC , che sperano invece che da questo rapporto con la Cina arrivi una spinta importante per le loro economie. Ecco dunque che alle strategie sopra menzionate occorrerebbe affiancare una visione nelle relazioni UE – Cina che non escluda gli interessi dei Paesi CEEC, una strategia più inclusiva e che non si presti a far da sponda alla preferenza cinese per la bilateralità nelle relazioni economiche e politiche, che è poi la premessa essenziale del “divide et impera”.

Claudia Rotondi
Docente di Economia dello Sviluppo, Università Cattolica del Sacro Cuore

Marco Bonaglia
Cultore della Materia ed esercitatore, Università Cattolica del Sacro Cuore

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Italia-Cina: si stringe la collaborazione con la città di Chengdu

“Quest’oggi il percorso di collaborazione strategica tra l’Italia e la città di Chengdu, una delle realtà economicamente più dinamiche di tutta la Cina, giunge ad un’altra importantissima tappa”- queste le parole di Filippo Nicosia, Console Generale d’Italia a Chongqing, durante la tavola rotonda Italia-Cina che si è svolta al Politecnico di Milano negli scorsi giorni.

L’evento, dedicato alle opportunità di investimento e collaborazione offerte dalla Chengdu Tianfu New Area e dal Distretto Italo-cinese sulla cultura e innovazione, è andato in scena nell’Ateneo che negli ultimi mesi ha sviluppato l’importante collaborazione con la Qinghua University, per la creazione di un hub europeo per l’innovazione e di una joint platform che coinvolgesse i rispettivi incubatori di start-up, Tusholding e Polihub.

Oltre al Console Nicosia, era presente all’incontro una delegazione ufficiale cinese guidata da Yang Linxing, Vice-Presidente della Conferenza Politica consultiva del Popolo cinese della città di Chengdu, nonché Segretario del Comitato del Partito Comunista della Chengdu Tianfu New Area. Da parte italiana erano presenti la Direttrice dell’Ufficio ICE di Milano, Marinella Loddo, e il Professor Giuliano Noci, Pro Rettore per il Polo territoriale cinese.


Come pubblicato sul sito del Consolato Generale d’Italia a Chongqing, “durante il meeting sono intervenuti alti rappresentanti della TFNA e operatori economici italiani e cinesi, che hanno illustrato delle best practices e proposto progetti di collaborazione bilaterale sino-italiana in vari settori”. Il Console Nicosia ha poi sottolineato come lo sviluppo della TFNA rappresenti per il Governo cinese un progetto centrale: il Consiglio di Stato ha nel 2014 elevato l’area a zona di sviluppo di rilevanza nazionale. L’obiettivo, come rimarcato dal Console, è “dare vita ad un nuovo modello di sviluppo urbano, che possa guidare la modernizzazione della Cina del Sud-Ovest”. All’interno del Distretto italo-cinese, che sorgerà nella zona sud della TFNA, e che occuperà una superficie totale di 6,7 chilometri quadrati, i due Paesi cercheranno di sviluppare progetti nei settori delle industrie culturali e creative, innovazione, design, turismo, sport, agricoltura e ambiente sostenibili.

L’interesse dell’Italia per la Cina sud occidentale è abbastanza recente, anche se negli ultimi anni ha subito un’accelerazione degna di nota, grazie all’attivismo delle nostre istituzioni. Chengdu in particolare è una metropoli in forte crescita economica, che punta a ritagliarsi un ruolo nazionale nei settori delle nuove tecnologie, puntando anche ad essere un snodo centrale nella strategia geopolitica e geoeconomica della “Belt and Road Initiative”, nonché a rappresentare, grazie alla propria cultura, bellezza dei paesaggi e ricchezza eno-gastronomica, una valida alternativa ai poli più conosciuti di Pechino, Shanghai e Hong Kong. L’Italia l’ha capito e cerca di recuperare il tempo perduto grazie a progetti mirati e ad azioni coordinate, muovendosi a grandi passi verso l’intensificazione dei rapporti bilaterali in ambito economico, istituzionale e commerciale.

Pubblicato su Affaritaliani.it 

Global China- La Cina e Trump: inizia la “trade war”?

TRADE WAR– La chiamano “trade war”, guerra economica, e dopo tre round di negoziati senza risultati sembra che venerdì sia iniziata per davvero. Le due principali potenze economiche mondiali, Stati Uniti e Cina, si stanno confrontando su un terreno scivoloso, che probabilmente non porterà gli americani ai risultati sperati e che creerà attriti tra le parti. La causa scatenante della guerra commerciale, come sostenuto da Trump, è il profondo deficit commerciale statunitense con la Cina, che è di 375 miliardi di dollari, ma le ragioni sembrano essere altre. La crescita imperiosa cinese degli ultimi anni, l’attivismo geopolitico e geoeconomico messo in campo con l’arrivo di Xi Jinping, la crisi economica globale e occidentale, nonché la paura di perdere il controllo del processo di globalizzazione e di essere scavalcati nei settori dell’innovazione tecnologica, hanno offerto a Trump la scusa di un nuovo nemico, da combattere alla ricerca insperata di un “fair trade”.  “Gli americani non sono gli europei”, sembra voler dire Trump, “noi le decisioni le prendiamo e non potete scherzare con noi”. I cinesi invece oggi hanno parlato di “più grande guerra economica della storia” in risposta alla decisione del Presidente americano. Un confronto senza esclusione di colpi che potrebbe avere conseguenze inaspettate.

Credits Wikimedia Commons

I DAZI– I dazi colpiscono 34 miliardi di importazioni cinesi negli Stati Uniti, su un totale di 818 prodotti, e rappresentano la conclusione di mesi di tensioni tra USA e Repubblica Popolare. Ad aprile il Governo americano ha proposto una lista di 1333 prodotti a cui imporre dazi, mentre lo scorso 15 giugno è stata pubblicata una lista cambiata ed aggiornata. La seconda lista, che è ancora sotto revisione, riguarderebbe in particolare i prodotti che fanno parte del grande piano “Made in China 2025”. La risposta di Pechino è stata immediata: circa 34 miliardi di importazioni sono state tassati, molti dei quali appartenenti al settore dell’agricoltura. Nelle prossime settimane le cifre saliranno a 50 miliardi sia per la Cina che per gli USA, mentre Trump ha minacciato di alzare l’asticella dello scontro, portando a 450 miliardi il numero totale di importazioni colpite.

LE MOSSE FUTURE– Secondo Roncevert Ganan Almond di The Diplomat, Donald Trump ha fatto proprio un metodo di negoziazione basato sulle frizioni, sfidando lo status quo e cercando di trarre benefici dalla confusione generata dal cambiamento improvviso di strategia. Se la Casa Bianca sembra essere innamorata del conflitto, le mosse di Trump potrebbero però non avere gli effetti desiderati. Il tempo infatti è dalla parte di Pechino. Se la guerra commerciale continuasse e si estendesse per un lungo periodo, che ruolo potrebbe giocare a livello politico nelle elezioni di mid-term statunitensi e in prospettiva ancora più ampia, nel tentativo di Trump di essere rieletto nel 2020? I giochi sono ancora agli inizi: Pechino punta a diventare una superpotenza in ambito tecnologico, mentre Washington tenta di limitare i danni, mentre non va dimenticato il ruolo di Xi Jinping nel recente accordo sul nucleare nordcoreano.

Scritto per Vivereliquido.it

Cina Urbana: La Greater Bay Area Initiative e Hong Kong- Prove di integrazione

Con grande piacere ho avuto modo di partecipare all’evento del 28 maggio  2018 scorso a Lugano, dal titolo “Opportunities for Switzerland with the New Silk Road. The role of Hong Kong”, organizzato da Easternational Connecting, HKTDC, Ship2Shore e FinLantern.

Il tema centrale del convegno riguardava il ruolo di Hong Kong, città globale asiatica e cinese, nel contesto più ampio della Belt and Road Initiative, la faraonica strategia geopolitica e geoeconomica lanciata dal Presidente Xi Jinping nel 2013 che offre, mese dopo mese, prospettive inedite e opportunità crescenti per l’Unione Europea, l’Italia e le aziende del nostro Paese.

La forza economica e l’importanza politica di Hong Kong sono note ormai da diversi decenni, rappresentando la città un punto di riferimento per il business e gli investitori In Asia e nel mondo. Al convegno di Lugano ho voluto invece approfondire un altro aspetto: il mio intervento si è concentrato sul piano cinese che intende inglobare la SAR (Special Administrative Region, come è indicata nel lessico amministrativo) nella regione del Delta del Fiume delle Perle, rendendola sempre più integrata con la Provincia del Guangdong e le sue città principali, Guangzhou e Shenzhen in testa. L’obiettivo del progetto è creare un’unica megacittà, punto di riferimento per l’innovazione, i servizi e la manifattura non solo in Asia, ma nel mondo intero. A Lugano ho cercato quindi di fornire una diversa prospettiva allo sviluppo di Hong Kong, e di valutare le opportunità ma anche i rischi che la crescita delle città adiacenti rappresenta per la Città globale asiatica.

La Greater Bay Area Initiative

Credits Anton Strogonoff Flickr Account

Il mega-piano che intende rendere interconnesse le due Regioni Amministrative Speciali di Hong Kong e Macao con 9 città della provincia cinese del Guangdong, la cosiddetta “Greater Bar Area Initiative”, ha una lunga storia di progettazione e accordi alle spalle, e pone le sue basi in particolare sulla cooperazione economica tra HK e Provincia del Guangdong. Entrambi gli attori hanno giocato un ruolo chiave per lo sviluppo economico asiatico. E’ nel Guangdong che furono istituite le prime zone economiche speciali cinesi, mentre Hong Kong, colonia britannica fino al 1997, per tanti anni ha rappresentato un punto di approdo in Asia e di ingresso strategico alla Repubblica Popolare Cinese.

Nel 2009 la National Development and Reform Commission emanò l’ “Outline Plan” dedicato al Delta del Fiume delle Perle, elevando così lo sviluppo della regione a progetto di livello strategico, specificando che la cooperazione tra Hong Kong e il Guangdong fosse di interesse nazionale.

I responsabili dei due enti firmarono poi il 7 aprile 2010 il “Framework Agreement”, che si pose come obiettivo quello di mettere in pratica le indicazioni contenute nel precedente documento. L’anno successivo nel documento preparato congiuntamente dai funzionari delle città di Hong Kong, Macao, Shenzhen, Dongguan, Guangzhou, Zhuhai e Zhongshan fu introdotto il concetto di “Greater Bay Area”.

L’idea di un cluster urbano nella Cina meridionale fu riaffermato nel testo del 13esimo Piano Quinquennale della RPC (dedicato agli anni dal 2016 al 2020), e sostenuta dal Premier Li Keqiang anche in occasione del rapporto annuale del Governo cinese nel marzo 2017.

Nel luglio dello stesso anno si giunse alla firma del “Framework agreement on deepening Guangdong-Hong Kong- Macau Cooperation in the Development of the Greater Bay Area”, da parte dei più importanti responsabili di policy-making cinesi, la National Development and Reform Commission e i rappresentanti dei governi del Guangdong, Hong Kong e Macao.

Recentemente infine, He Lifeng, Presidente della National Development and Reform Commission, ha affermato che il Piano di sviluppo per la Greater Bay sarà completato a breve.

La Greater Bay Area- I dati economici centrali

Credits xiquinhosilva Flicrk Account

La GBA comprende nove città e due regioni amministrative speciali, facenti parte della regione del Delta del Fiume delle Perle. Secondo i dati di KPMG, le undici realtà urbane hanno una popolazione di 67 milioni di persone, molto superiore a quella dell’Area metropolitana di Tokyo (che rappresenta il più grande city cluster al mondo e che ha una popolazione di 44 milioni di abitanti). Esse dispongono di un PIL complessivo di 1,34 trilioni di dollari americani, ancora inferiore tuttavia rispetto alla “Greater New York” e alla “Greater Tokyo” (le realtà che a livello globale i suoi sostenitori intendono rivaleggiare), ma in forte crescita.

Tra le 11 quella di Hong Kong rimane la più grande economia dell’area, anche se nei prossimi anni potrà essere superata da quelle di Guangzhou e di Shenzhen. Il PIL della SAR,  secondo i dati del 2016, è infatti di 319 miliardi di dollari, mentre quello delle altre due città è di poco inferiore: Guangzhou si attesta a 285 miliardi, mentre Shenzhen raggiunge i  283 miliardi. Secondo i dati di Dezan Shira & Associates, inoltre, il PIL della GBA dovrebbe raggiungere, nel 2030, i 4,6 trilioni di dollari (3,6 trilioni invece per il report di Colliers International), superando quindi le altre “bay areas” di Tokyo, New York e San Francisco e rendendola la più importante al mondo.

Come sottolineato da PWC, la GBA può contare su tre “core cities” per creare un city cluster integrato e di grande livello. La forza economica di Hong Kong, Guangzhou e Shenzhen può trascinare lo sviluppo delle altre 8 realtà, creando una “spina dorsale economica” unica per varietà e complessità nel panorama internazionale.

Le tre megalopoli offrono infatti un’ampia serie di servizi e competenze: esse spaziano dall’alta tecnologia e innovazione di Shenzhen (la “Silicon Valley” cinese, dove hanno sede aziende del calibro di Tencent, DJI, Huawei e ZTE), la capacità manifatturiera di Guangzhou, e la qualità dei servizi finanziari e professionali di Hong Kong, città globale asiatica, ponte di collegamento tra Cina, Sud Est Asiatico e Asia-Pacifico.

E’ interessante notare anche come le 11 città della GBA si possano dividere in tre gruppi in base alla loro grandezza economica. Dopo il gruppo di testa, formato da Hong Kong, Guangzhou e Shenzhen, troviamo Foshan e Dongguan, il cui PIL si attesta tra i 650 miliardi e gli 850 miliardi di RMB, come segnalato da PWC, mentre le altre sei città fanno parte del terzo gruppo, con un PIL tra i 970 e i 670 miliardi di RMB.

La Greater Bay Area: i progetti infrastrutturali di integrazione

Il Governo cinese ha negli anni realizzato ingenti investimenti nelle infrastrutture della “bay area”, con l’obiettivo di facilitare l’integrazione tra le diverse economie della GBA, rendendo gli spostamenti più facili e veloci, e cercando al contempo di collegare i nuovi poli di sviluppo interno alle tre principali città.

I progetti chiave sono quello del ponte che collega Hong Kong, Macao e Zhuhai, per il quale Pechino ha stanziato 16 miliardi di dollari e che dovrebbe essere aperto nel luglio 2018, il Guangzhou-Shenzhen-Hong Kong Express Rail Link, rete ferroviaria veloce da inaugurare nel terzo trimestre di quest’anno e capace connettere via treno le tre città, diminuendo in modo drastico i tempi di percorrenza, e infine il progetto denominato “Shenzhen-Zhongshan corridor”, che consta di un ponte formato da otto corsie capace potenzialmente di ridurre la durata del tragitto tra le due città di 30 minuti (da completare entro il 2024).

La GBA e la sfida a Hong Kong

Credits David Baron Flickr Account

La Greater Bay Area initiative rappresenta una sfida per la Città globale asiatica: da una parte essa deve riuscire a integrarsi nel progetto governativo differenziandosi rispetto alle altre città, rafforzando le proprie eccellenze e i vantaggi comparati conquistati nei decenni precedenti, mentre dall’altra può candidarsi a terminale della GBA nel contesto più ampio della Belt and Road Initiative, oltre che un luogo di collegamento strategico tra la Cina e il Sud Est Asiatico.

Secondo un recente report realizzato dalla University of Science and Technology’s Institute of Public Policy e ripreso dal South China Morning Post, si afferma che la città di Hong Kong deve innovare e aumentare i propri investimenti nell’alta tecnologia. L’alternativa è delineata in modo diretto: secondo i ricercatori Hong Kong corre il rischio di essere messa in disparte dalla crescita delle altre città della GBA, Guangzhou e Shenzhen in testa.

La sfida è stata lanciata, starà a Hong Kong decidere come cogliere le opportunità della GBA e della Belt and Road Initiative, senza perdere la propria posizione di prestigio e rilevanza. Negli ultimi anni un segnale incoraggiante in questo senso è stato dato dalle autorità di HK con i numerosi report e iniziative dedicati al tema della “smart city”.

L’intraprendenza e inventiva dei suoi abitanti, la qualità dei servizi forniti, e la posizione strategica dell’isola, sapranno ancora fare la differenza?

Articolo pubblicato per Easternational Connecting e visualizzabile al link – http://www.easternational.it/pubblicazioni_dettagli.php?id=1316

Chongqing: città di montagne, fiumi e risposte. Utili a capire la Cina

Quando tornavo a Chongqing, magari al termine di un weekend passato sulle montagne circostanti o in una città cinese poco distante, mi chiedevo in continuazione: ma chi me lo ha fatto fare di partire, attraversare l’Europa, parte della Russia e dell’Asia centrale, per arrivare qui, dove il tempo è terribile, regna il caos per le strade e il rumore della gente e delle macchine a volte è assordante? Poco più tardi, tuttavia, immerso fino al collo nel ritmo di quella città occidentale, tra clacson e sputi, umidità e spifferi, trovavo la risposta. La risposta che era formata dalle stesse parole del quesito stesso, senza il punto interrogativo. In definitiva, l tempo terribile, il caos, il baccano della gente e le urla dei tassisti.

Ero a Chongqing proprio per quello di cui dubitavo. Per le montagne, i due fiumi, per il calore delle persone, il caos, il rumore, lo sviluppo. Elementi atmosferici e culturali che in breve entrano a far parte della vita di ogni giorno, quasi fossero compagni di strada, e la rendono dura, a volte impossibile, ma unica.

In questo senso, si parte per andare in Cina e allontanarsi dalla tranquillità delle nostre strade, dai numeri limitati, e per abbracciare un paese immenso, le sue contraddizioni, le sue diversità. Si parte anche senza un senso. Si parte per speranza, irrazionalità, sogno. Si rimane per le motivazioni opposte, o si lascia Chongqing per riabbracciare le poche certezze italiche. Chongqing è la risposta. E forse, una volta lì, si capisce che ne vale la pena.

Dopo i dubbi iniziali bisogna buttarsi capo e collo nelle viscere della Cina più profonda, vivere le sue laceranti differenze, ben consapevoli di essere osservatori privilegiati, con la possibilità di comprare un biglietto aereo che ci riporti a casa, da mammà. E’ necessario prepararsi, o non farlo per vivere uno shock ancora più intenso. Chongqing lascia cicatrici, crepe nelle nostre certezze. Fornisce un punto di vista opposto, con lo sguardo che si apre verso l’Africa, l’Asia del Sud e il Sud Est asiatico, lasciando indietro l’Occidente benestante e impaurito, incerto sul proprio futuro. Parafrasando quello che scrisse Maria Weber alcuni anni fa, “Chongqing non è per tutti”.

Chongqing è una megalopoli della Cina sud occidentale, lontano da Pechino, Shanghai ed Hong Kong migliaia di chilometri. Nell’ultimo decennio ha vissuto uno sviluppo economico senza precedenti, grazie al supporto statale, a figure controverse come quella di Bo Xilai e Sun Zhengcai, investimenti stranieri, nuove infrastrutture, e la forza e operosità della propria gente. Persone semplici, che quando si guardano indietro, e ripercorrono mentalmente la strada dello sviluppo, con orgoglio raccontano di come l’edificio più alto di tutta la città potesse essere quello che oggi è considerato solo un simbolo.

A Chongqing è presente il Consolato italiano, dove lo scorso anno si è recato in visita il Presidente Mattarella, guidato con tenacia, sapienza e professionalità dal Console Maffettone prima e dal Console Nicosia ora. Hanno i “boots on the ground” diverse altre istituzioni italiane, oltre a manager di importanti aziende. Nonostante gli sforzi e i risultati dei “sistema Italia” però, Chongqing è ancora una città da capire, affrontare, con cui misurarsi, per non esserne scottati.

Mentre si attraversano i suoi ponti sul fiume Yangtze una seconda domanda sorge spontanea. Si pensa ai palazzi scintillanti nella notte sud occidentale, ai giochi di luce dei grattacieli, e ci si chiede se tutto quello che si ha di fronte agli occhi, comprese le costruzioni sparse ovunque, i cantieri, gli scheletri umidi e sporchi di ciò che sarà sostituito da lastre di metallo e vetro brillante, un giorno subirà uno stop improvviso. Se si pensa più in grande, alla Cina, dopo decenni di crescita senza precedenti arriverà a un momento di crisi?

Video del Console Filippo Nicosia per i “Cina al Centro Talks”

L’unica risposta, anche in questo caso, è guardare alle caratteristiche della città. La passione che accende gli occhi e le menti dei suoi abitanti, suggerisce di lasciar perdere per un attimo grafici, tabelle, numeri e valute. Sono occhi che brillano di vivacità, rivolti al futuro, e non hanno decisamente voglia di pensare a una crisi. Tutto quello che si trovano davanti lo hanno conquistato, con tenacia, sofferenza e sacrifici. E’ il loro momento, come non capirli. La voglia di vita di Chongqing, un singolo tassello di una storia millenaria, sprona a credere nel futuro. Senza paura.

Scritto per il quotidiano online “Affaritaliani.it” e pubblicato il 9 aprile 2018

Cina Urbana – Il ruolo delle megalopoli cinesi nel processo di crescita cinese

Ammetto che negli ultimi mesi un libro che ha profondamente cambiato le mie prospettive è stato “Connectography” di Parag Khanna: il saggio del ricercatore indiano residente a Singapore è un libro totale, forse il libro più incredibile degli ultimi anni. Il libro della globalizzazione, e, appunto, della connettività. E’ un libro che fa saltare sulla sedia, in questi tempi di crisi, e fa venire voglia di partire, a conoscere il Mondo.

Nella Provincia dell’Europa che è l’Italia leggere “Connectography” è uno shock. Perché molti dei suoi contenuti sono assolutamente ignorati dai media. E perchè Khanna ha una visione più ampia, forse dovuta al suo girovagare per lavoro per il mondo. L’autore ha scritto un saggio intenso e allo stesso tempo profetico. Nel libro c’è tutto.

“Connectography”  è un’opera che consiglio vivamente ai lettori di questo blog, che si interessano dei mutamenti in atto a livello globale. Per gli appassionati di geopolitica, esso fornisce l’idea, diretta e chiara, che il mondo sia ormai interconnesso e che non tornerà indietro. Per gli amanti della geografia, il libro nelle più di 500 pagine dell’edizione italiana percorre praticamente ogni angolo del globo, facendoci ricordare di quanto in fondo la Terra sia immensamente sproporzionata rispetto alle nostre spesso limitate ambizioni. Forse a tratti un po’ troppo ottimista, Khanna porge lo sguardo lontano. 

La Repubblica Popolare cinese sarà un attore di assoluto rilievo nel mondo descritto da Parag Khanna. Lo è già. Per svariati e sempre maggiori motivi. In questo post intendo ad analizzare il tema delle megalopoli cinesi (un termine che indica l’unione di più aree metropolitane adiacenti) legato a quello cruciale dell’urbanizzazione della Repubblica Popolare cinese. Megalopoli che si intrecciano con i mega-progetti in atto in Cina, o con quelli che prenderanno avvio nei prossimi anni. Tra i progetti più conosciuti c’è sicuramente Jing-Jin-Ji, un agglomerato urbano che unirà i territori di Pechino, Tianjin e della Provincia dell’Hebei, in un’opera di riorganizzazione urbana e amministrativa mai vista prima nella Storia.In un post precedente mi ero servito del libro di Khanna per trattare del tema delle città, e in particolare delle “megalopoli”. Esse formerebbero nuovi punti di riferimento nella diplomazia internazionale, e farebbero parte di “arcipelaghi urbani, veri e propri insiemi di isole che vanno a rappresentare una quota crescente delle economie nazionali. Nuovi attori sullo scenario globale che avranno sempre più peso nella globalizzazione, perché gestiranno enormi quantità di risorse, sia economiche, finanziarie che umane, e per sopravvivere faranno a loro volta uso di risorse energetiche sempre più indispensabili.

Negli ultimi mesi il Governo cinese ha dato avvio alla prima fase per la realizzazione della nuova realtà, grazie all’approvazione di un progetto ferroviario da 247 miliardi di yuan per migliorare i collegamenti interni. Come scrive Internazionale, i lavori di costruzione dovrebbero terminare nel 2020, e sono parte di un piano più ampio che arriverà fino al 2030.

Map of Jingjinji in Green

In verde l’area di Jingjinji, al centro della Baia di Bohai- Credits Wikipedia

Ma Jing-Jin-Ji non è il solo “cluster” sostenuto dal Governo. Lo scorso Aprile il Premier Li Keqiang ha promosso la realizzazione del “city cluster” di Chengdu e Chongqing, due città situate in una zona strategica della Cina (VL ha trattato di Chongqing in tre precedenti post), perché situate nella parte Occidentale, lontano dalla costa, ma ancorate ad essa grazie al fiume Yangtze. Li ha affermato che uno degli obiettivi del nuovo Piano Quinquennale è quello di realizzare un nuovo tipo di urbanizzazione e di modernizzazione agricola, promuovendo al contempo uno sviluppo coordinato tra la Cina urbana e quella rurale. Le due città (Chengdu capitale della Provincia del Sichuan, mentre Chongqing è una delle quattro Municipalità autonome cinesi, che a livello amministrativo sono allo stesso livello delle Province) hanno insieme un totale di più di 100 milioni di abitanti, un numero enorme di consumatori che in tempi di “New Normal”, può dare un grande contributo alla crescita cinese. Il cluster è poi strategico nell’implementazione della “Cintura economica della Via della Seta ”, una della due componenti della strategia geopolitica e geoeconomica lanciata da Xi Jinping (il nome completo è “One Belt One Road”, perché non si sviluppa soltanto sulla terra ferma ma punta anche a creare una via marittima che dalla Cina arrivi fino in Africa e al Mediterraneo). E’ attiva ad esempio la linea ferroviaria Chongqing-Duisburg, ma la Municipalità è importante anche dal punto di vista delle relazioni diplomatiche. L’Italia è presente a Chongqing con il proprio Consolato, guidato da Sergio Maffettone.

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L’altra area che secondo il canale youtube “The Daily Conversation” può trasformarsi in una megalopoli è quella del Delta del Fiume delle Perle, nel sud della Cina. Grazie alla presenza di numerose città, essa costituisce una delle aree più densamente urbanizzate al mondo e uno dei principali poli della crescita economica cinese. Nella regione sono presenti ben nove metropoli: Guangzhou, Shenzhen, Foshan, Zhongshan, Huizhou, Jiangmen, Zhuhai e Zhaoqing, oltre alle due municipalità autonome di Hong Kong e Macao. E’ in questa area che potrebbe avvenire un fatto storico, ovvero il ricongiungimento definitivo di Hong Kong alla Cina, questa volta in termini economici , finanziari e infrastrutturali. Il ponte che collegherà Hong Kong, Macao e Zhuhai sarà un ulteriore passo verso l’integrazione dell’area. Nonostante alcuni ritardi, dovrebbe essere ultimato nel dicembre del 2017, per un costo totale stimato di 10.6 miliardi di dollari americani e 83 miliardi di dollari di Hong Kong.

The 3 Main Economic Rims of China with BER being northmost.

Le tre megalopoli cinesi. Se ne aggiungerà una quarta, quella di Chongqing-Chengdu- Credits Wikipedia

Queste tre megalopoli vanno a unirsi a quella del Delta del Fiume Yangtze, dominata da Shanghai ma arricchita anche dalle aree metropolitane di Nanjing, Hangzhou, Suzhou, Wuxi, Nantong, per citarne alcune. E’ insomma in queste quattro megalopoli che si gioca il futuro della crescita cinese, e il loro livello di integrazione, grazie a infrastrutture e progetti di investimento di successo, andrà a ricoprire un ruolo nevralgico per le scelte economiche centrali. Per tornare a Khanna, se le megalopoli riusciranno a creare un tessuto urbano dinamico, integrato, attento a un proprio sviluppo sostenibile, allora potranno contare come centri di potere ancora più rilevanti a livello nazionale e internazionale.

Vorrei  concludere parlando infine di un altro elemento dirimente nel contesto dell’urbanizzazione cinese: quello delle megacittà”, termine che di solito indica un’area metropolitana che supera i dieci milioni di abitanti. Secondo Rajiv Biswas, autore del saggio “Asian Megatrends”, nel 2015 la Cina disponeva di 6 megacittà, che entro il 2030 vivranno un’espansione importante a livello demografico e cresceranno ancora. Le altre città che amplieranno la lista entro il 2030 sono Chengdu(arriverà a contare 10 milioni di abitanti nel 2030), Wuhan, Hangzhou e Dongguan, portando a 10 il numero totale. Le attuali sei megacittà cinesi sono Beijing, Shanghai, Chongqing, Guangzhou (i centri pulsanti delle megalopoli di cui ho parlato in precedenza), Tianjin e Shenzhen. Centri cruciali per lo sviluppo economico cinese e sempre più decisive a livello di diplomazia cittadina globale.

Nel prossimo post di “Urban China” andrò a trattare le “Eco-cities” cinesi, altro tema centrale dell’urbanizzazione della Repubblica Popolare cinese.

Scritto per Vivereliquido.it

Cina Urbana – Le megalopoli cinesi

Secondo una brillante ricerca dell’”Economist Intelligence Unit” realizzata nel 2012 (e prima quindi del lancio del mega-progetto Jing-Jin-Ji), le megalopoli cinesi protagoniste di una rapida crescita entro il 2020 sarebbero state ben 13. Lucio Valerio Barbera e Anna Irene Del Monaco invece, nel numero di Mondo Cinese dal titolo “Le città proibite” pubblicato nel marzo 2014, parlano di “macro-regioni” e di “cluster urbani”. Prendendo in considerazione il “Nuovo piano di urbanizzazione” promosso dal Governo cinese, descrivono la situazione delle megalopoli cinesi come fluida, caratterizzata da città che “vivono, si trasformano, crescono in un territorio molto vario”, che si sviluppa a livello di continente, vista la grandezza dello Stato cinese. Come per molti temi che si affrontano quando si tratta di Cina, anche per le megalopoli secondo i due autori è importante il concetto di “più Cine”, da utilizzare in concomitanza con il termine di “”arcipelago”: la Repubblica popolare è composta da aree di sviluppo molto diverse tra loro, tanto da paragonarle a isole, che però fanno parte dello stesso insieme e vengono giudicate nel loro complesso.

Risultati immagini per china megalopolisPer l’Economist le megalopoli cinesi entro il 2020 saranno 13: Chang-Zhu-Tan (rappresentata da Changsha, Zhuzhou e Xiangtan), Chengdu, Chongqing, la Greater Beijing, la Greater Shanghai, la Greater Xi’an, la Greater Zhengzhou, la Greater Guangzhou, il cerchio economico dell’Hefei, la penisola dello Shandong, la Greater Shenyang, Shenzhen e Wuhan. Una visione che tende quindi a separare realtà vicine come quella di Guangzhou e Shenzhen, Chongqing e Chengdu, e che vede quattro megalopoli (i dati sono relativi a stime compiute nel 2012) risaltare rispetto alle altre per quando riguarda il proprio PIL. La Greater Beijing, la Greater Shanghai, la penisola dello Shandong e la Greater Guangzhou  (come evidenziato dal grafico) sono quelle con il prodotto interno lordo maggiore, seguite a non troppa distanza da Shenzhen.

Barbera e Del Monaco invece tengono in considerazione il lavoro di William Skinner, della Stanford University, e la ricerca compiuta dalla National Development and Reform Commission sulle “Metropolitan Regions of China”, per giungere alla conclusione che le “macro-regioni metropolitane” principali cinesi siano 11: il Delta del fiume Yangtze, il Delta del fiume delle perle, Jingjinji, Chengyu (che comprende Chengdu, Chongqing e altre metropoli), la penisola dello Shangdong, la parte centro-meridionale del Liaoning (comprendente Shenyang e Dalian), la “pianura centrale”, o Zhongyuan, la valle centrale del fiume Yangtze, la costa occidentale che si posiziona di fronte allo stretto di Taiwan, il Guangzhong (comprendente Xi’an) e Taiwan stessa. Confrontando quindi lo sviluppo urbano con le regioni storiche cinesi, i due autori affermano che il “Nuovo piano di Urbanizzazione”, fortemente voluto dal Premier Li Keqiang, punterà al riequilibrio territoriale, attraverso il ripristino e il rafforzamento di un pieno funzionamento delle macro-regioni storiche cinesi.

Esistono quindi diverse visioni riguardo al numero e alla composizione delle attuali megalopoli o “macro-regioni metropolitane” cinesi. Ma un dato è certo: dal 1949, anno della fondazione della Repubblica popolare cinesi, il tasso di urbanizzazione è cresciuto a un ritmo impressionante. Nel 2011, per la prima volta nella storia, si è assistito al sorpasso della popolazione urbana su quella rurale. Il ventunesimo secolo potrebbe quindi non solo essere solo il “Secolo cinese”,  ma anche il “Secolo delle città cinesi”, protagoniste, grazie al loro sviluppo, dei nuovi traguardi in ambito economico, tecnologico e infrastrutturale raggiunti da una Cina in ascesa.

Articolo scritto per Vivereliquido.it